Alberto Cavaliere: la chimica in versi

Dotato di una straordinaria capacità nel creare versi in rima, appena dodicenne venne espulso dal collegio per una poesia che satireggiava i suoi professori: un componimento caustico ma dalla metrica ineccepibile. Alberto Cavaliere, nato a Cittanova (RC), il 19 ottobre 1897, viene spesso ricordato per la sua “Chimica in versi”, originale libro scaturito da un esame non superato all’Università. Non scoraggiato dal fallimento, decise di rendere in versi l’intero corso di Chimica Generale; si ripresentò davanti al docente e cominciò, ad ogni domanda, a sciorinare le sue rime, superando l’esame, davanti al professore dapprima spiazzato poi meravigliato dall’abilità poetica del suo alunno. Laureatosi in Chimica presso l’università di Roma, si trasferì a Milano dove esercitò per un breve periodo la professione di chimico, poi abbandonata per dedicarsi alla satira in versi, al giornalismo ed alla politica. Nel 1951 divenne Consigliere Comunale nella Città di Milano e due anni dopo fu eletto Deputato Parlamentare nel P.S.I.. Il Comune di Milano gli intitolò una via, mentre il suo paese natale, Cittanova, gli intitolò una piazza. Divenne molto popolare quando nel 1928, pubblicò “La chimica in versi”, trattatello semiserio di chimica in rima. Il libro ebbe un grande successo, e dopo esser stato ristampato numerose volte, è tutt’oggi reperibile sugli scaffali di molte librerie. L’opera è articolata in 2 parti: la prima dedicata alla chimica inorganica, la seconda invece alla chimica dei composti organici.
Ma cosa spinse A. Cavaliere a creare questo capolavoro? Non ve lo dico! Continuate a leggere e lo scoprirete.

CHIMICA INORGANICA (Rime distillate)
Prefazione
Da giovane studente, alunno d’istituto,
non andai mai d’accordo col piombo o col bismuto;
anche il vitale ossigeno mi soffocava; il sodio,
per un destino amaro, sempre rimò con odio;
m’asfissiò forte a scuola, prima che, in guerra, il cloro;
forse perfino, in chimica, m’infastidiva l’oro.
E di tutta la serie sì numerosa e varia
di corpi e d’elementi, sol mi garbava l’aria,
quella dei campi, libera, nel bel mese di luglio:
finché non m’insegnarono che anch’essa era un miscuglio!
Un vecchio professore barbuto, sul cui viso
crostaceo non passava mai l’ombra d’un sorriso,
un redivivo Faust, voleva ad ogni costo
saper da me la formula d’un celebre composto.
Non sapevo altre formule che questa: H2O;
e questa dissi: il bruto, senz’altro, mi bocciò.
Poi ch’era ancor più arida nella calura estiva,
io m’ingegnai di rendere la chimica più viva;
onde, tradotta in versi, l’imparai tutta a mente,
e in versi, nell’ottobre, risposi a quel sapiente.
Accadde un gran miracolo: quell’anima maniaca,
che non vedeva nulla più in là dell’ammoniaca,
dell’acido solforico, del piombo e del cianuro,
rise, una volta tanto, e m’approvò: lo giuro!
Mi lusingò quel fatto: volevo far l’artista,
e invece, senz’accorgermi, divenni un alchimista…
Oggi distillo e taccio in un laboratorio,
dove la vita ha tutto l’aspetto d’un mortorio.
E vedo, in fondo, dato che non conosco l’oro,
dato che ancor mi soffoca, sempre accanito, il cloro,
che non avevo torto, e il mio pensier non varia:
la miglior cosa, amici, è l’aria, l’aria, l’aria!…

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